Pubblicato in: autobiografia, depressione, Diario

24 Agosto 2019

Caro Diario, lo so lo so, continuo a cambiare. Continuo a mutare il tuo stile, il tuo nome, per poi tornare a quello già consolidato ed a quello a cui sono più affezionata. Perché cambio di continuo? Non lo so amico mio, ho ancora questo senso d’inquietudine, di voglia di cambiare, di riuscire, che mi fa essere instabilissima. Mi fa cambiare idea ogni tot. Sono in una fase, partita qualche tempo fa, in cui inizio una cosa e, anche se magari va bene, anche se magari la cosa sta portando i suoi frutti, distruggo tutto. Come il bambino che fatica tanto per fare il castello di sabbia, tutto perfetto, con tutti i dettagli, con tutti i passaggi per entrarvi, con il fossato, con un’entrata splendida, con delle torri altissime, definite e ricche di decorazioni, di sassi, di conchiglie, di vetri colorati smussati dal mare, dal tempo. Un bambino quindi contento, veramente soddisfatto di quello che sta facendo e, poi, di colpo, si ferma. Guarda la sua creazione, mentre lo faceva probabilmente si era pure raccontato una fiaba, una storia di cavalieri e di principesse, di draghi e maghi, di elfi e di fate. E poi, d’improvviso, cambia espressione. Con il piede comincia a distruggere tutto, con le mani comincia a picchiare la sabbia con rabbia, gli occhi sono pieni di lacrime, di disgusto, di insoddisfazione ed allo stesso, una strana luce di “follia” per quel suo atto criminoso, quel suo distruggere quello che tanto aveva amato. Ecco, io sono in questa fase. Sono nella fase del creare, dell’arrivare fino ad un certo punto, soddisfatta, contenta, produttiva e, poi, di colpo, mi prendono due secondi e con due click chiudo tutto, elimino profili social, elimino blog, vado in crisi totale, finché è tutto cancellato, finché di me non resta traccia.

Credo di aver già scritto questa cosa, in post. Di questo mio lato autodistruttivo, questo mio lato autosabotatore, di questo mio aspetto che mi porta anche tanto malessere interiore. Mi porta instabilità, un senso di fallimento, un senso di stupidità.

A cosa è dovuta questa mia personalità? Se scavo bene, lo noto dal fatto che posto le cose su Instagram, e non aspetto tanti i like, i followers, i commenti, almeno non di tutti, ma di 4 persone ben precise,ed ancora, soprattutto due persone. I miei fratelli! Ma mi chiedo anche perché sono sempre ad aspettare loro? Perché m’attendo qualcosa da qualcuno, che in tutta la loro vita non mi hanno mai dato tantissimo, se non rimproveri, se non umiliazioni, se non prediche, se non severità e cattiveria.

Ho ancora un episodio dentro di me, di loro due che per quanto sia legato a quando ero veramente piccola, ci credi mi fa ancora male!

Nnon mi ricordo se andassi già a scuola, oppure ero ancora più piccola. Fatto sta che non sono mai stata una bambina con tantissimi giochi, se non peluches, ma ne avevo uno che era il mio preferito. Un cavallo a dondolo. Era bianco, dipinto a mano, con occhi sorridenti, bocca allegra. Era fatto benissimo, mi dava un che di realistico. Io ci passavo delle ore, fuori, su di esso a dondolarmi, ad immaginarmi storie, a raccontargli episodi. Era diventato il mio o un mio DouDou, come si chiamano in Francia, quei giocattoli, quegli oggetti verso cui il bambino si attacca particolarmente. Il DouDou ai nostri occhi è un pupazzo, è un pezzo di stoffa, è una macchinina, un fazzoletto, un qualcosa che per altro con diventa pure sporco, pure deteriorato con il tempo, eppure per il bambino è l’oggetto più prezioso di tutti. Se è piccolo, l’oggetto, il giocattolo, la penna, se li porta ovunque. Soprattutto a scuola, ma se si nota li ha sempre nella mano e diventa una tragedia quando lo si perde, può diventare un vero trauma. Questo perché per il bambino il doudou è qualcosa di fondamentale. E’ qualcosa che lo tranquillizza nei momenti difficili, che possono essere anche il semplice alzarsi quando fuori è ancora buio e dover andare a scuola, quindi staccarsi dal momento di tranquillità in cui era sprofondato nella notte, oppure staccarsi dalla mamma, dalla casa, dalla propria zona comfort. Noi vediamo la sua realtà, la sua vita, la sua giornata con i nostri occhi, ma lui vede le cose in modo diverso. Ecco perché molti bambini piangono alla mattina, specie quando arrivano a scuola. Perché per loro è un trauma. Perché per loro è un “abbandono”, perché per lui fuori è ancora buio, per cui non ha senso essere lì a quell’ora. Perché la mamma o il babbo, o chi l’accompagna gli dice che dopo tornerà a prenderlo, ma per il bambino il tempo è diverso da noi. Per il bambino, ‘dopo’ è un tempo infinito. La giornata è fatta di tantissime cose, tantissime ore, di situazioni enormi, lunghe, per cui si sente in quel momento come se dovesse rivedere casa chissà quando. Ed il doudou lo tranquillizza, perché il legame con la casa, perché è il legame con i genitori, con qualcosa che gli da pace interiore, che lo fa stare bene. E’ il suo piccolo pezzo di casa, di cuore materno che sta con lui tutto il giorno e che lo assicura. A cui lui racconterà tante cose, colui che raccoglierà le lacrime, accoglierà le risate, le fantasia, che sorveglierà il piccolo durante il sonno, sia a scuola, alla siesta, che a casa. E’ qualcuno che lo protegge, che gli tiene compagnia, che gli da sicurezza. Ci possono essere doudou piccoli, ma anche doudou grandi, che lasciano a casa certamente, ma sanno che sono là ad aspettare, sanno che saranno là ad accoglierli tra le braccia, a coccolarli, con cui si divertirà e che sarà per lui un qualcuno che ucciderà i cattivi mostri, ricordi, traumi, le difficoltà della giornata. Ecco per me, questo cavallo a dondolo, che non mi ricordo da dove venisse, ma era proprio grande ( per me, all’epoca) era bellissimo, spesso mi ci addormentavo sopra quand’ero più piccola ancora e con il tempo ho confidato tante cose.

Un giorno, non mi ricordo dove andai con i miei genitori, tornai. Era pomeriggio. Una bellissima giornata, credo di settembre. Vedo i miei fratelli chini sopra qualcosa, assieme a degli altri ragazzini del posto dove vivevamo all’epoca. Questo qualcosa sta fumando, sta facendo uno strano odore. Il mio occhio lo vide, appena la macchina ha cominciato a girare per entrare nel vialetto che conduceva al Garage e dove l’allegra comitiva era proprio intenta a fare il proprio sperimento. Vidi ben distinto il mio cavallo bianco in mezzo a loro. Vidi che dalla parte del sedere, della bellissima coda che pettinavo con piacere, usciva del fumo. Non feci in tempo a scendere, a correre per vedere cosa stessero facendo al mio amico, che questo scoppiò in aria, perché dentro avevano messo diverse bombette o dei petardi grossi, comunque, a me rimase l’immagine del mio amico DouDou, del mio cavallo bianco a dondolo, morire, perché per me in quel momento stava morendo, nel peggiore dei modi. E mentre io fondevo in lacrime, mentre vedevo il mio amico disintegrarsi, poco alla volta, il fumo avvolgere tutto il luogo, loro assieme ai loro amici, sghignazzavano tutti contenti, tutti divertiti, della loro impresa. Della loro bravata, ben sapendo che cosa stavano facendo. Mi ricordo lo sguardo di uno dei due fratelli, seguirmi, quasi divertito nel vedermi in quello stato, nel vedermi scappare in casa e piangere per giorni e giorni, smettere di mangiare, di dormire. E la cosa ancora peggiore, che vennero da me a dirmi ” Ma è solo un gioco, Chiara!” oppure ” Cresci un poco, no?” E questo è sempre stata una frase tipica, ogni volta che mi distruggevano i miei sogni, i miei momenti felici, ogni volta che hanno avuto l’idea di coinvolgermi in qualcosa, per poi umiliarmi davanti a tutti, per poi, ridicolizzarmi.

Certamente, non è solo questo l’episodio che mi ricordo di loro, che mi ha fatto male, ce ne sono diversi, eppure, eppure, per quanto sappia che non devo aspettarmi grande considerazione. Infatti, ad un certo punto della mia vita, proprio sparirono. Non sono mai stati là a proteggermi dai bulli, non sono mai stati là ad aiutarmi contro chi mi faceva del male, ed anzi, spesso sono stati tra quelli che mi hanno fatto tanto male, ma tanto. Eppure, sono ancora qua ad aspettare da loro, almeno un “Like” sulle cose che posto. Un commento con ” Brava Chiara”, un gesto di considerazione, d’approvazione. So che è stupido! Lo so che dovrei essere superiore, fregarmene. Eppure sono schiava della loro considerazione! Ho bisogno del loro appoggio, che non avrò mai. Ma al suo posto, molte critiche anche in cose di cui non sanno assolutamente niente, anche in cose di cui ognuno ha la propria visione. Per cui, in me si è pure innescato questa specie di Timer che scatta quando vedo che la cosa che sto progettando, sto facendo, evidentemente non è all’altezza della loro attenzione, oppure effettivamente, perché con il loro modo di fare, non solo loro, tutta la mia famiglia, mi hanno creato un senso durissimo, un’ autocritica estrema, che non mi lascia scampo, che è ancora più spietata delle possibili critiche che possono farmi gli altri. Per cui, spesso sono io stessa che mi alzo, guardo la cosa che sto facendo e mi dico, ” Ma che è sta schifezza!” E butto tutto via! Cezanne, Van Gogh, Caravaggio, Michelangelo erano così. Tantissime loro opere non le conosceremmo mai, perché loro stessi le hanno distrutte, buttate, bruciate, tagliate, uccise. Io ho questa cosa tremenda, che mi distruggo da sola.

https://www.facebook.com/lamenteemeravigliosa/

Forse, è il momento di prendere definitivamente la mia strada. Staccarmi da loro per sempre, crescere realmente. Come mi dissero quella volta, e smetterla di aspettare loro! Smetterla di aspettare gli altri, di fare qualcosa ed aspettare che qualcun altro lo ami. Io devo amarlo per prima! Io devo credere in me stessa! Io devo amarmi! Se non lo faccio io, non lo farà nessuno. Solo tre persone, quattro, ma una non c’è più, probabilmente mi sostierrà dall’altra parte, ma qui sulla terra mi ha abbandonato anch’essa. I miei genitori ed il mio compagno mi hanno sempre sostenuto, aiutato, amato veramente. E di questi, su tutti, il mio compagno. Per cui devo appoggiarmi, se devo appoggiarmi a qualcuno e, probabilmente, in questa fase con Depressyo, ho bisogno d’affetto, ho bisogno di coccole, ho bisogno di sorrisi, ho bisogno di complimenti, ho bisogno di sentirmi dire qualcosa di gentile. Lui è quello che più di tutti, non smette di essere questo. Mi ama, mi coccola, mi sostiene, m’incoraggia, mi comprende, mi ascolta, mi sopporta nei miei vari momenti, nei miei vari sbalzi d’umore, nelle mie giornate buie o quelle che vorrei spaccare il mondo. Mi sostiene, anche quando me la prendo con lui, quando la colpa è mia o di altri. Lo amo con tutta me stessa, sento davvero che è solo grazie a lui se sono ancora in vita. Lo amo perché mi ama anche così, come io amo lui nei suoi momenti bui, nelle sue difficoltà, nelle sue giornate no, nei suoi momenti di crisi profonda. La cosa straordinaria è che tra di noi, non è mai successo niente. Neanche in questi momenti, che uno potrebbe essere un po’ nervoso, per cui arrabbiarsi, “scaricarsi” con l’altro. Invece, c’abbracciamo, ci prendiamo per mano e cerchiamo insieme un motivo per ridere, per far passere questo momento di tempesta. Ci guardiamo negli occhi e ci diciamo: ” Vedrai le cose andranno meglio! Tutto passerà!” Ed infatti, dopo poco, le mie lacrime scompaiono, i suoi occhi ritrovano il loro bellissimo sguardo sorridente, che mi mette sempre di buon umore, e cominciamo a ridere di qualcosa, a pensare a cose positive ed incoraggianti per entrambi.

Si, devo smetterla di pensare a coloro che stanno nel mio passato, devo pensare a me, da me ed appunto, al mio compagno che è il mio presente ed il mio futuro.

Quanto lo amo!

@mariaclazzaroni

Pubblicato in: depressione, Diario

20 Agosto 2019

Caro Diario, sapevo che affrontare a faccia aperta questa bestia nera, che sta dentro di me e mi ha già mangiato parte dell’anima, non sarebbe stato facile. Non sarebbe stata una passeggiata. Perché chiaramente, più scavo, più cerco di liberarmi dalla corda che mi stringe il polso, e più essa si stringe e più lei trova la maniera per farmi ricadere, per farmi ruzzolare giù. Ma io non cedo, come mi è stato detto nei commenti, devo andare avanti, anzi VOGLIO andare avanti, perché comunque dei risultati positivi su di me li ho avuto, li sto avendo e sicuramente continuerò ad averne, e quello che scrivo sicuramente potrebbe aiutare altri che vivono una situazione simile, e loro, magari, potrebbero aiutare me a dirmi come hanno fatto a risolvere una determinata situazione.

In questi giorni tra i vari video che cercavo sulla depressione, mi sono imbattuta in questo:

Mauro Scardovelli
Canale di Mauro Scardovelli, psicoterapeuta, giurista, musicoterapeuta e trainer. Ha seguito corsi di formazione in terapia sistemica, strategica, psicosintesi, approccio rogersiano, bioenergetica, corenergetica, analisi transazionale, PNL e ipnosi ericksoniana. È stato professore presso l’Università degli Studi di Genova, e docente di musicoterapia al CEP di Assisi. Ha creato un modello di musicoterapia e PNL , ”Dialogo Sonoro”, al quale s’ispirano varie scuole di musicoterapia in Italia. Nel 1998 fonda l’associazione Aleph Umanistica Biodinamica, scuola di crescita personale, ente di formazione e counseling che fa da ponte tra psicologia ed economia, ponendo al centro del suo fondamento, lo studio della psiche umana, individuale e collettiva, e di come quest’ultima sia plasmata dal sistema economico che la domina e sovrasta. I corsi Aleph sono aperti a tutti coloro che vogliono intraprendere un percorso di crescita personale e/o formazione professionale.
https://www.youtube.com/user/MauroScardovelli/featured

Il video tratta un discorso importante, su cui non avevo mai riflettuto. Per altro, ho scoperto per caso questo professionista ed adesso seguo il suo canale in modo molto attivo, perché è veramente bravissimo a spiegare ed a fare luce là dove serve. In modo semplice, senza troppe parolone e pure in modo simpatico. In questo video, in particolare, affronta un discorso che sembrerebbe ovvio, ma che in effetti non lo è, soprattutto tra noi ammalati. Ossia, quello di porci le giuste domande. Ci dimentichiamo troppo spesso che, oltre ad informarci moltissimo sul nostro male, per citare il professore del video, da tener conferenze, se non insegnarlo in università prestigiose di tutto il mondo, dobbiamo imparare a porci le domande giuste. Perché se no ci ritroviamo il cervello, per quanto stracolmo d’informazioni, a girare a vuoto e, magari, pure ingolfato più di prima.

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La domanda che dobbiamo porci, non è cos’è quello che abbiamo, ma come fare per uscire da questa situazione? E siccome la risposta non è nel nostro cervello, perché se no l’avremmo già fatto, allora dobbiamo chiederlo. Dove? A chi? Magari consultando libri di psicologi, psichiatri, psicoterapeuti che ti scrivono come farlo, ti danno delle soluzioni, ma anche, e soprattutto, chiedendo a coloro che hanno vissuto la nostra stessa difficoltà e ne sono guariti. Chiedere a loro “Come hai fatto, ad uscirne? Quale percorso hai fatto per uscirne? Quale strategia hai trovato migliore, per risolvere il tuo problema?” Ed allora, nel nostro cervello si produrrà la voglia di provare una serie di “soluzioni” che potrebbero aiutarci a risolvere il nostro “guasto” tecnico. Esatto, dico “Guasto Tecnico” proprio perché secondo me, andrebbe preso come tale: il nostro cervello è una macchina, un MEGA PC con tantissime informazioni, tantissimi Hard Disk, con una miriade di AntiVirus, processori, cavi, cavetti, parti meccaniche, parti elettroniche, parti esterne, parti interne. Per cui, come tutte le macchine, anche i migliori Computer del mondo, quelli che sono qui al Cern, non molto lontano dove abito io, ma anche quelli della Nasa, per dirne un’altra, possono andare in Tilt, possono avere andare in crash, possono subire un corto circuito. Ma cosa faranno coloro che si occupano dei mega Computer di Nasa e Cern? Si, sicuramente, cercheranno di capire quale sia stato il problema e se non lo conoscono, s’informeranno, ma poi, andranno a cercare delle soluzioni per ripristinare il tutto e se, non lo sanno fare loro, chiederanno l’intervento ad altri esperti. Perché magari è di vitale importanza che tutto torni alla normale efficienza ed in tempi rapidi.

Ma possiamo pensarla anche, nel nostro piccolo quotidiano. Ci si rompe un qualcosa in casa, cosa facciamo? Ci mettiamo lì e c’informiamo su di esso? Si, possiamo farlo, ma intanto s’allaga la casa. La cosa che ci preme con urgenza, non è conoscere, ma la soluzione se non vogliamo morire affogati dentro casa nostra!E spesso, andiamo a consultare guide di esperti, sicuramente. Ma cosa succede? Lo dico per esperienza personale, che gli esperti si dimentichino di parlare a dei comunissimi esseri umani, con la conoscenza di un criceto rispetto alla loro, per cui spesso alla prima pagina, se non alla prima frase, io mollo. Perché non ci ho capito nulla, mi sono persa. E dove vado a cercare la soluzione? Nelle pagine degli Youtuber, dei Bloggers che usano il mio linguaggio e mi spiegano perfettamente cosa devo fare. Oppure, cerco aiuto da qualcuno che ne capisce veramente, più di me, qualcosa. Se io non so riparare quella cosa, inutile che mi ci metta io, faccio fare a lui.

Quindi, per tornare al nostro problema. Possiamo certo accogliere delle informazioni, delle testimonianze di come qualcuno viva la stessa nostra malattia. Andare oltre al semplice video che ti dice ” La depressione è una malattia invalidante” E tu dici ” Ma va? Non lo sapevo!” Oppure, quello dietro ad una cattedra magari con camice bianco, oppure senza, ma comunque sempre con una bella libreria in bella vista, con un certo modo di parlare, di porsi. E ti dice ” Ad un depresso, ad un ansioso, ad un bipolare, non va detto questo, non va detto quello, bisogna essere in una data maniera ecc…” E va benissimo parlare di queste cose, va benissimo perché in questo modo, informi gli altri ad interagire con noi. Il punto è che NON HAI DETTO NIENTE A NOI! NOI, i malati, non abbiamo avuto alcun tipo d’informazione, a parte il NON SENTITEVI IN COLPA, SE STATE MALE; grazie, grazie fosse semplice…Oppure, “La depressione limita la mobilità!” A beh certo, non lo sapevo, visto le ore che passo sul Divano!

Il depresso, ad esempio, parlo di questa figura perché è quella che mi riguarda e conosco bene, non è solo sinonimo di PERSONA TRISTE, la tristezza ci può essere, ma non è la parte principale. C’è molto di più. Anche perché, noi depressi usiamo molte Maschere, per nascondere il nostro stato d’animo, per cui non sempre è così facile individuarci. La maggior parte dei video che ho visto, parlano a coloro che non sono affetti da depressione, ossia parla ai famigliari, a coloro che vogliono comprendere magari come muoversi, ma ne ho visti pochi che parlano a noi! A noi malati! Pochi che ci dicano: sei depresso, fai questo, fai quello… SI ci sono i guaritori miracolosi, quelli che promettono di rimetterti in piedi seguendo una determinata cura religiosa o con una pillolina magica, o con una formula magica.
Fortunatamente, ad esempio, ci sono Youtuber che parlano del proprio malessere, penso, tra i tanti, a ShantiLives, che spesso sul suo canale, parla di questo suo problema e non solo, anche di altri problemi. Si perché spesso, siamo un poco complicati noi malati di depressione, perché riusciamo a mischiare tutte le problematiche mentali; come lei, anch’io cado in Ansia spesso, come lei ho avuto ed ho problemi con il cibo, con l’uscire, con la gente, con me stessa e ho sbalzi d’umore paurosi. Insomma, non ci piace avere un unico problema, ci piace complicarci ulteriormente la vita e mettiamo tutto dentro.


ShantiLives

Pubblicato il 24 ago 2014
ISCRITTO 296.000
Fare questo video si é rivelato molto, molto più difficile di quanto avrei mai potuto immaginare. Spero tanto che cominciare a parlare di argomenti come la depressione, l’ansia, il disturbo bipolare, ma anche cose come il disturbo borderline, l’agorafobia, e altre questioni in merito alla salute mentale e alle malattie mentali.. Possa essere d’aiuto a far conoscere un po’ meglio questo universo, farlo capire di più, e permettere che la luce del sole dissipi lo stigma e i pregiudizi in cui é immerso al momento 🙂

Ma anche MaCheDavvero che nel video in cui posto qui sotto, racconta la sua storia, e per molti punti mi ci rivedo. Come mi rivedo in quella raccontata ShantiLives, per altro anch’io ho avuto a che fare con dei psicologi che non so perché facciano questo mestiere ed ho avuto diverse ricadute, nel tempo. Questa che ho, come ti ricorderai nelle altre pagine, non è la prima crisi che ho avuto. E’ la più lunga e più complicata, forse, ma ne ho avute tantissime e dall’infanzia.


MaCheDavvero

Pubblicato il 24 mag 2017
ISCRITTO 56.000
Disclaimer: non autodiagnosticatevi. Cercate e trovate aiuto. Con la ‘forza di volontà’ non si guarisce, serve un aiuto medico esperto. Questa è parte – piccola parte – della mia esperienza con episodi depressivi. Penso sia giusto parlarne per levare lo stigma che aleggia intorno a queste malattie e per abbattere i pregiudizi al riguardo. QUESTO VIDEO NON HA VALENZA EDUCATIVA O MEDICA, E’ SOLO UNA CONDIVISIONE DI UNA PERSONALE ESPERIENZA, NON GENERICA, NON UNIVERSALE.

Attenzione, magari ci sono altre testimonianze buone, che parlano di soluzioni e, per questo dico, se io non li ho visti, magari li ha visti qualcun altro, e me li potrebbe indicare sotto nei commenti.

Molto tempo fa, per caso, mi sono poi imbattuta in questo video, su Facebook, che poi è stato il giro di svolta, la molla che mi ha fatto muovere ed iniziare questo blog, diario:

Metto il link qua, perché non riesco a postare il video come gli altri. https://www.facebook.com/camillahennigpsychologist/videos/301205330607496/

In quello che spiega questa psicologa, ho trovato tante cose che, chiaramente, come ho detto, già sapevo. Ma ad esempio, mi ha fatto riflettere su un’altra questione. Ad un certo punto dice: “Le persone, da adulte, conservano questo tipo mentalità ( del bambino, che ha spiegato prima di questo punto). Conservano la convinzione che sia colpa loro ed il senso di non essere amabili, di non meritarsi alcun affetto, alcun amore e nemmeno il piacere. Per la depressione ci sono spesso delle cause nella prima infanzia che poi si vanno a mischiare, qualcosa che scatena un terreno già pronto; Una bolla pronta a scoppiare. ( citazione del video) per cui, da questa informazione, ne ho tratto una soluzione: ossia, forse, per sconfiggere la mia depressione, per affrontare il mio demone, devo scavare dentro di me e cercare appunto l’origine di tutto. Perché, quindi, per quanto ci possiamo concentrare sul problema attuale, sulla crisi attuale, in realtà non se risolviamo il primo fattore scatenante che probabilmente risale a tantissimo tempo prima, appunto, addirittura alla nostra infanzia, non sconfiggeremmo mai la nostra Depressyo. E quindi, ho dato vita a te, Diariuccio mio! Perché con te, conto di arrivare a ritrovare esattamente a quel punto, a quel momento, a quel nodo che mi tormenta da quando sono piccola e che, ogni tanto, mi fa crollare in queste crisi. Una più forte, dell’altra. Se riesco a trovarlo, magari riesco a guarire. Se riesco a trovarlo, posso schiacciarlo con i miei piedi e liberarmene per sempre. Oppure, grazie questo diario, posso “uccidere” quella parte di me ormai incancrenita, e nascere a nuova vita. Oppure trasformarmi del tutto. Se risolvo quel punto, posso pensare di guarire. Questa potrebbe essere una soluzione?

In tanto cerco altre risposte, altri punti in cui appoggiare le mani, abbastanza sicuri da reggermi e permettere una salita, sempre più sicura, sempre più facile, sempre più felice, verso l’uscita. Per quanto lei mi farà ricadere, io tornerò ad affrontare la mia salita, finché non avrò conquistato la mia meta. Ossia la guarigione, ossia la mia completa libertà da Depressyo. E’ una lotta estenuante, dura, ma l’ho già detto, sono tosta, sono una leonessa; quando mi metto in testa una cosa, vado fino in fondo, finché non l’ottengo. Infatti, in questi giorni, mi sono ritornati in mente altri video delle due Youtubers che ho già nominato, in particolare questi due, di cui il primo, secondo me, coloro che ci vogliono davvero aiutare, ci amano, veramente prenderci mano e farci uscire da questo guaio, lo dovrebbero IMPARARE A MEMORIA. Perché qui, non è qualcuno professionista, a parlarne, a tirare fuori il discorso, ma chi come me e come altri, sta male. Per cui è importante, per avere un punto di vista da parte di chi ne soffre. Del malato, di chi ha bisogno d’aiuto, di chi vuoi aiutare, per cui lo reputo non solo è fatto bene, ricco di chicche anche per me che sono ammalata, quindi faccio parte della loro stessa schiera, ma è davvero trattato bene, con tenerezza, serietà e quella frivolezza/ sdrammatizzazione che ci vuole, perché già siamo con il nostro masso bello pesante sulla testa, parlarci come se fossimo dei condannati a morte, come dei moribondi, non è proprio il massimo che qualcuno può fare, ne tanto meno sottovalutare, o sminuire il nostro problema.

MaCheDavvero
Pubblicato il 10 ott 2017
ISCRITTO 56.000
Guarda anche il video sul canale di Shanti dove parliamo degli stereotipi sulla salute mentale: https://youtu.be/u7qL5bGThyg In questi due video, per noi molto importanti, abbiamo parlato con molta sincerità della nostra esperienza e tentato di essere utili. DISCLAIMER: non siamo medici e le opinioni espresse in questo video si riferiscono alla nostra esperienza, non pretendiamo che siano esaustive o corrette, ma semplicemente uno spunto di riflessione. L’unico vero aiuto può arrivare da un esperto. Le malattie mentali non sono autodiagnosticabili. Se sentite di aver bisogno di aiuto, o anche semplicemente di voler parlare con qualcuno, cercate il supporto di un esperto. CERCATE E TROVATE AIUTO!

Una delle cose che dicono, proprio nel video sopra, la sento mia. La mia paura che il mio compagno si stufi del mio problema. Glielo dico spesso, e lui mi dice di non pensarci nemmeno, perché mi ama e mi ama anche quando sto male, se non sarebbe amore. E soprattutto mi ha detto ” Appoggiati a me”. Ecco sto imparando a Delegare. Mi sembra che lo dicano più avanti anche le due Youtuber, delega. Sto imparandolo a fare. Perché effettivamente, a volte mi faccio prendere dall’Ansia, mi faccio prendere dalla tristezza, dalla rabbia, di non riuscire più a fare le cose come vorrei, oppure a farle proprio. Ebbene, in questi giorni ho capito una cosa. “Se non ci riesci, lascia fare a lui!” E lui è felicissimo di fare, di prendere il mio posto, per cui sto imparando a comprendere che devo rilassarmi, devo imparare a lasciare fare a lui. Considerare come se mi fossi fatta male ad un piede, fossi ingessata e che quindi, non possa muovermi. Se fosse così, se avessi un gesso, nella mia testa non si creerebbe il problema, o forse si, ma meno; perché il gesso lo vedi. Il braccio, il piede rotto lo vedi. Invece, faccio fatica a vedere la Depressione come qualcosa che mi ha rotto qualcosa dentro, per cui non posso muovermi come prima, come vorrei. Devo lasciarmi aiutare!

@mariaclazzaroni


ShantiLives

Pubblicato il 10 ott 2017
ISCRITTO 296.000
In onore della giornata internazionale della salute mentale io e Chiara di MaCheDavvero abbiamo voluto approfondire la questione, qui sugli stereotipi riguardo le malattie mentali, e sul suo canale su cosa fare per aiutare qualcuno che soffre: https://youtu.be/DfLN8Ub8Oe8
Pubblicato in: autobiografia, Diario

19 Agosto 2019

Caro diario sono andata a letto subito dopo averti scritto, quel post un poco “sconsolato”, un poco demotivato. Paradossalmente, dopo qualche combattimento con pensieri e preoccupazioni, anche grazie alla pasticchina calmante, sono riuscita a dormire. A dormire bene. Anche se sto notando un cambio nei sogni. Si i sogni.

Ho delle cose ricorrenti nei sogni, per cui quando poi mi sveglio, queste cose rimangono fisse dentro di me, e durante il giorno ci rifletto. C’è stato un periodo in cui mi perdevo, mi perdevo in una città ( che credo fosse un mix dei vari luoghi conosciuti, oppure visti in foto). Ma poco alla volta, questa città diventava un luogo fisso nei miei sogni, e lo è anche adesso. Conosco di essa strade, negozi, caratteristiche, persone, luoghi dove andarmi addirittura a prendermi un caffé od a fare spesa. Poco alla volta questo luogo è diventato una realtà parallela. Infatti, qualsiasi sia la tematica del sogno, so esattamente dove andare in caso di pericolo, so esattamente da chi rivolgermi se devo chiedere qualcosa. E le persone con cui parlo, non so se le ho mai conosciute; molto probabilmente sono rimaste fissate dentro di me, perché ho vissuto e vivo in luoghi molto abitati, per cui è facile che siano rimasti dei frammenti dei loro ricordi, dei loro volti; eppure parlo con loro e loro parlano a me.

Poi, nei sogni succedono due cose particolari: uno ho dei luoghi ancora più segreti dove so di poter andare. Luoghi nascosti, invisibili ai più, persino in quel luogo dove vivo le mie avventure. A volte sono alberghi nascosti in punti, in immobili, in negozi che apparentemente sono tutt’altro. Io sola so che là ci sono degli alberi o affitta camere, ho dei codici segreti che comunico a chi sta all’entrata e vi posso entrare. Non sempre sono begli alberghi, a volte sono proprio tristissimi e non proprio bellissimi, ma evidentemente visto che quando vado lì ho sempre la sensazione di scappare da qualcosa o da qualcuno, per quel momento fanno al caso. Sono il mio rifugio. Proprio perché non diresti mai che lì ci sia qualcosa. Anche perché una volta che si è entrati al loro interno, spariscono, si ricamuffano con altro. Altre volte, invece, per quanto si camuffino anch’essi, sono degli alberghi per pochi, ossia non di lusso ma comunque tenuti bene, dove in genere vado quando voglio stare tranquilla qualche ora. Anche nel sogno evidentemente, sento la pesantezza di Depressyo. Mi riviene in mente qualche noia della vita ecc, per cui evidentemente cerco un luogo dove rilassarmi, dove nessuno possa trovarmi, ma dove poter dormire e vivere bene per qualche tempo. Ed ecco che bussando in un certo muro, od entrando in un certo negozio ben specifico ( che, poi, il più delle volte non sono io la protagonista del sogno, a volte ho l’aspetto di qualcun altro e non so chi sia ) ed appunto, mi ritrovo ad essere accompagnata ad una stanza, con la mia chiave, e quindi andarmi a riposare, a nascondermi al suo interno per un bel po’. Ma c’erano altri due luoghi in cui potevo “rifugiarmi”. Sta cosa di nascondermi, rifugiarmi, uscire dalla realtà circostante è sicuramente sintomo della mia esigenza di tranquillità, di trovare finalmente pace, serenità ecc..

Gli altri due erano ancora più particolari. Uno è una specie di zona felice del mio inconscio, ossia un punto che so io dov’è e non lo vedo sempre, ma ogni tanto, in alcune situazioni. Vado in quel punto. Tocco con la mano e si apre una porta nella realtà, proprio una specie di portale, che si richiude dietro di me. E dentro c’è tutto quello che posso desiderare. A volte anche stucchevole per i colori tutti pastello, arcobaleni, brillanti. La prima zona in cui accedo, ed a quanto pare sono un habitué del luogo ( non sono la sola ad andarci, ci sono anche altri che vi entrano) è un bar. Un semplicissimo bar dove fanno cappuccini, cioccolate calde, hanno gelati, frappé o milkshake, peccato ( o bene dipende dai punti di vista) sia tutto colorato appunto con colori e sfumature dell’arcobaleno; ci siano unicorni, e pupazzi in ogni dove, tutti ovviamente molto Kawaii, direbbero i giapponesi, ma ormai è d’uso ovunque. E coloro che servono al bar, sia dietro al balcone che come cameriere, non credo siano esseri umani, fanno molto fate, elfi e comunque creature Fantasy. Mentre le cose che servano sono tutte speciali, colorate, con decorazioni a forma di cuoricini, stelline. E tutte sono fatte per una specifica questione emozionale, psicologica. Infatti, non ti chiedono cosa ti posso servire, ti chiedono di cosa hai bisogno oggi? E tu, ad esempio, rispondi un po’ di serenità, ti servono una determinata cosa, con un determinato colore, un determinato gusto, una determinata decorazione e tu, ( infatti, in genere quando mi sveglio, sto proprio bene da quel punto di vista) come ti siedi e poi gusti quello che ti danno, stai effettivamente bene, molto meglio. Ma in questo posto, non c’è solo un bar. C’è tutto un percorso che puoi fare, più percorsi, a seconda di quello di cui hai bisogno. Esci dal locale e prosegui in una specie di corridoio, ma allegro, con disegni simpatci, arcobaleni ecc, ti ritrovi in uno spazio fatto di Peluches, dove hai peluches di tutti i tipi, di tutte le misure, dai più realistici ai più Chibi (sempre usando un termine giapponese) Kawaii. Oppure ti ritrovi in un posto che è una mega biblioteca, multiculturale, con musica, quindi dischi e la possibilità di sentire quello che vuoi, con o senza cuffie, con manga, anime, libri, poltrone comode e divani, dove potersi rilassare appunto con la musica, leggendo qualcosa o vedendo un anime o un telefilm in uno schermo che ti appare magicamente, sospeso nell’aria. Ma ci sono anche giardini stupendi fuori, alcuni ispirati a giardini Zen, asiatici, dove ritirarsi e trovare la pace, lasciarsi cullare dalla meditazione ecc, altri più “occidentali” come concezione, quindi con fiori, decorazioni di vario genere, ma nulla che ti dia una sensazione sgradevole ( ad esempio, personalmente ODIO LE STATUE o le fontane ricoperte di muschio, o con i segni del tempo, anche nei giardini più belli del mondo. Mi danno un senso di cimitaro, d’horror incredibile) e vari percorsi carini, e che ti mettono di buon umore. Oppure semplicemente vallate immense di prati, di fiori, di alberi, di cascate, ecc… Luoghi dove abbandonarsi, staccarsi proprio da tutte le cose sgradevoli, da tutte le cose “adulte” che ti tartassano e ritrovarsi bambina, correre, saltare, giocare con le farfalle, con gli animali che vi vivono liberi e felici, rotolarsi nell’erba. Farsi bagni in acque fresce e pure dei fiumi, oppure correre fino alla spiaggia e tuffarsi nel tuo mare privato.Insomma, ho questo luogo, che conosco solo io, a volte ci porto qualcuno che conosco, ma è difficile. E sento proprio che quando mi sveglio, dopo un’avventura in questo luogo, sto una favola.

E poi, c’è un’altro luogo, che in un certo senso è proprio l’opposto di quello appena descritto. La prima volta che mi ci ritrovai, non ti nascondo che temetti in un incubo. Invece, senza svelarvi la fine, non è mai stato tale. Ha solo una caratterizzazione diversa, ma paradossalmente, lo amo ancora più. Capirai il perché, solo in fondo al racconto.

Mi ritrovai in una città distrutta, dove le macerie erano ovunque, dove c’erano segni che qualcuno vi aveva vissuto in essa, ma ora era totalmente deserta. In genere quando mi trovo in questo luogo, di colpo tutto prende un colore tra il nero e il dorato. Come se fossi in uno di quei film neorealisti, oppure in quei Noir dove le luci sono tagliate, ben distinte, le zone d’ombra sembrano inchiostrate, la luce del sole che c’è ma non si vede, rimbalza sulla pavimentazione della strada, o della piazza antica in cui cammino. Intorno a me, non ci sono solo case distrutte, ci sono case anche intatte, ma comunque abbandonate da tempo. O “apparentemente” abbandonate. Magari qualcuno ci vive, ma non si fa vedere. E’ un luogo che francamente, le prime volte non mi faceva stare proprio con animo tranquillo, perché incuteva comunque paura, sensazione da film Horror, di quelli con delle ambientazioni gotiche oppure vittoriane, ma abbandonati. Con il tempo, invece, sapendo che non mi accade nulla, tutte le volte che mi ci ritrovo, che nessuno mentre cammino sarebbe piombato addosso d’improvviso, che non vi erano nemici da temere, vi ho camminato con un animo sempre più sollevato, più sicuro ed, anzi, felice d’andarci. E la cosa straordinaria, beh è un sogno e le cose sono sempre molto particolari nei sogni, fu che i miei piedi, dalla prima volta che mi ci ritrovai, sapessero sin dall’inizio dove portarmi, dove condurmi. E la prima volta, quando arrivai all’entrata di quella che sarebbe stata la destinazione, non vi nascondo che temetti di essere caduta davvero in un incubo. Infatti si fermarono, dopo aver saltato diversi ostacoli, travi rotte, cadute per strada, macerie di vario genere, punti della strada non proprio stabili, mi fermai in uno stabile altissimo. Tipo grattacielo. Il più alto della città. E sulla porta d’entrata c’è scritto Hopital… ( si sogno spesso in francese, ormai da tanto tempo) Ora, quale luogo migliore per film d’horror, per un incubo, se non un vecchio ospedale abbandonato? Di quelli proprio vittoriani, quelli che in genere sono infestati da fantasmi, sono la casa di pazzi scienziati, killers pazzi? Ma per quanto tentassi di svegliarmi, perché chiaramente non volessi entrarci, i miei piedi, i miei occhi, il mio cervello vollero continuassi il mio tragitto. Per cui entro in questo locale. Dentro, per quanto abbandonato, non era messo male come il resto della città.

Posso descriverlo nel dettaglio: con il pavimento in marmo bianco e nero, lucido, con vetrate in stile Liberty, con quelle finestroni enormi, in ferro battuto nero, tipiche dell’epoca. Le scalinate erano impraticabili, perché c’era di tutto. Due corridoi che si stendono subito appena entrati nella Halle, da una parte e dall’altra. Davanti a me, un ascensore. Si, un ascensore. E per altro abbastanza moderno, per l’epoca dell’edificio. Per cui deduco che lo stabile fosse in uso anche in tempi recenti. Per quanto vecchio stile, dev’esser stato modernizzato in alcuni punti. Bah comunque, i miei piedi si fermano proprio davanti all’ascensore. Al che dico ( si perché nei sogni chiaramente parlo, e mi pongo delle domande, anche ad alta voce tanto chi risponde?) ” Non mi dire che devo prendere questo ascensore? Ma se non c’è corrente come fa a muoversi?” Proprio in quel momento, si aprono le porte. Io un poco congelata dalla paura, sono fissa a guardare all’interno, quando qualcuno alle spalle mi spinge dentro. Io in stile manga, sbiancatissima entro e cerco di non vedere chi sia entrato con me nell’ascensore, perché è entrato con me. Ne sento la presenza. Pensavo di essere sola in quel mondo disabitato, invece, non è così? La cosa peggiora, quando costui o costei, prende la mia mano. Tu che segui anime e manga come me, posso farti un poco l’esempio di Usagi quando ha paura, oppure anche altri, in cui il personaggio si pietrifica proprio.

La cosa bizzarra, però, è che dal momento stesso che costui, costei, afferra la mia mano, poco alla volta sento il mio animo tranquillizzarsi sempre di più. Mi scongelo poco alla volta, sento tornare il battito cardiaco alla normalità, sento una serenità avvolgermi, scaldarmi, farmi del bene. Quindi ripreso colorito, ripreso il coraggio di muovermi, guardo in direzione di colui o colei, e già capisco che si tratta di una bambina, perché la manina è quella di una bimba. Non vedo esattamente lei, vedo una cesta di capelli che mi nasconde le fattezze della bimba in questione, ma comincio a dedurre chi sia, visto che mi ricordo di quella pettinatura… Sto per comprendere, quando la porta dell’ascensore, una volta fermatosi, si apre d’improvviso. Davanti a me si palesa una stanza scarnissima di decorazione, con un letto, una grandissima vetrata, luminosissima, due altre stanze, un bagno ed una cucina. In pratica è un attico molto minimal, molto semplice, abbastanza in ordine, con poche cose. Appunto il letto, un tavolo, una cucina minimalissima, nel senso con lo stretto necessario. Un bagno idem. E’ tutto in stile tra lo Shabby ed il Bohem chic, come piace a me. Qualche lucina dove il letto, un telo attaccato al muro con un bel Mandala stampato sopra. Il letto è colorato, ma nello stesso tempo dona dolcezza, serenità. Ah nell’attico c’è anche un’amaca appesa, con qualcuno che si sta cullando al suo interno, anch’essa ha dei bei riccioli. Mentre sono presa nell’osservazione, la bimba torna da me e mi dice ” Che fai? Perché rimani lì, entra!” Io, finalmente, la guardo e quello che sospettavo, si manifesta perfettamente. Quella bimba non è altre, che me stessa da piccola. A questo punto, colei che era nell’Amaca si desta, si alza e mi guarda, ed anch’ella è me, ma circa a 15 anni. Dal bagno, con in testa un asciugamano, uscita evidentemente dalla doccia, esce fuori sorridente un’altra me, quella dei 20 anni. E dalla cucina, chi poteva uscire, con un bel grembiule, una teglia di lasagne appena sfornate (come solo io so fare) e tutta accogliente? Beh la me dei 30 anni!

In pratica, in quel Attico vivono le me delle altre epoche. Ognuna con le sue caratteristiche, ognuna con le sue difficoltà, le sue felicità, i suoi incubi ed i suoi sogni. In pratica, uscita da quell’ Ascensore, mi sono ritrovata nella mia stanza, che non esiste in realtà, ma dove tutte le mie me vivono, convivono e hanno il proprio luogo dove stare. La me piccola ha una zona giocattoli, più peluche che bambole, com’era all’epoca, con un baule verde ed un tappeto. La 15 enne l’amaca, libri e tanti sogni nella testa. Anche tanti problemi suoi. La 20 enne che è quella che ha vissuto meglio di tutte. Perché per me è l’età in cui ho vissuto davvero momenti speciali, felici, in cui ero viva, ero attiva, ero atletica, ero bellissima, che sorride, molto curata sotto tutti i punti di vista. E poi la 30enne che ha scoperto di cucinare benissimo, ha trovato l’amore, ha trovato un’altra realtà piacevole. Non credo che abbia ancora vissuto le cose che poi, avrei vissuto durante quel decennio, ma la vedo forte, serena, luminosa. Ed io, c’è uno specchio proprio davanti a me, sopra un camino di marmo, spento, di quelli che usavano nelle camere, su cui appoggiavano delle foto, qualche ricordo. Sopra c’è un grande specchio che, facendo rimbalzare la luce che arriva dell’enorme vetrata con balcone esterno, illumina di luce naturale tutta la stanza. Mi guardo, mi vedo come sono ridotta adesso e fondo in lacrime.

Mi piego per terra, cado in disperazione. Comincio a chiedere a tutte scusa! Scusa per dove le ho trascinate, per come le ho tradite, per come rappresento tante cose che le hanno ferite all’epoca. Per quello che non sono riuscita a fare, per realizzare i loro sogni. Loro mi si avvicinano. La più piccola che, paradossalmente, è sempre stata la più saggia di tutte, mi prende per mano, mi porta davanti la vetrata e fa entrare l’aria frizzante, fresca rigenerante. Mi dice “Guarda davanti a te!” Io mi asciugo gli occhi e guardo. Non avevo ancora visto il panorama. Da quel punto si vede chiaramente la città già descritta, ma è totalmente coperta da una coltre di nebbia, come se le nuvole la volessero offuscare, nascondere alla nostra vista. Invece sopra, si stende tutto un’altro panorama. Con il sole luminoso, con un cielo stupendo, da cui posso pure vedere gli altri luoghi descritti, quelli bucolici, quelli delle vallate verdi, quelli del mare privato, quelli della cittadina in cui posso andare a fare colazione. Ma soprattutto è la luce del sole, il cielo che cattura di più la mia attenzione. Non so dire se sia alba o tramonto, ma la gradazione dei colori è particolare. Con sfumature tra il rosa e il rosso. Ci sono delle striature bianche. Tutte le me si sono messe a guardare nello stesso punto.

E poi, la me piccola mi dice ” Vedi, la nebbia copre le cose brutte, copre la città in rovina, che effettivamente sta là sotto, ma noi stiamo in alto, noi viviamo quassù e da qua possiamo andare in tutte quelle zone meravigliose che abitano nel nostro, tuo cervello. Perché per quanto tu creda di essere un disastro, non è vero! Tu sei stata più forte di tutti, hai retto tutto, hai portato su di te tutti i nostri traumi ed hai combattuto. Non hai mai ceduto agli altri, non hai mai ceduto al buio, non hai mai ceduto all’oscurità malvagia, non sei mai venuta a patti con te stessa, ed hai protetto noi, hai protetto il nostro modo di essere, la nostra identità, la nostra natura, la nostra personalità, quello che amavamo ed ami tuttora. Per cui, non ti dire certe cose! Tu sei stata forte, hai retto, hai reagito, hai sostenuto tutte le battaglie ed adesso ti sei accasciata al suolo, ovviamente. Ecco perché siamo in un vecchio ospedale, perché hai bisogno di cure. Hai bisogno di prenderti del tempo per te, riposarti, e startene tranquilla. Al resto, ci pensiamo noi! Non temere… Non sei sola, non lo sarai mai!” Poi la 30 enne ci ricorda che le lasagne si raffreddano, ci mettiamo a mangiare e poi, una volta finito, (è un sogno, quindi è tutto molto rapido, tutto possibile) mi dice di mettermi comoda, che sul letto ci sono dei vestiti ( che poi sono quelli che porto sempre attualmente) comodi come piacciono a me, ci sono degli asciugamani, posso andarmi fare una bella doccia e poi riposarmi. “Quindi sapevano che sarei andata?” Quando mi sdraio, sento subito tutte le cose che mi tormentano sparire, sento subito il relax prendere il sopravvento. Le varie me si mettono tutte in fila davanti a me. La più grande mi dice “Ecco questo sarà il tuo luogo di ristoro, dove verrai tutte le volte che avrai bisogno di cure, di stare meglio, di riprenderti, di stare da sola” Detto questo ognuna di loro, una alla volta, sparisce, ma so dove stiano andando. Vanno nei vari luoghi che conosco, vanno a giocare, vanno a conoscere storie inventate, vanno ad innamorarsi, vanno a ridere, a scherzare, a viaggiare, e poi torneranno qui da da me, quando avrò bisogno di parlare con loro. Io quindi, a questo punto mi corico nel letto, e tutte le volte che il mio inconscio va in questo luogo, sento proprio addormentarmi sempre più profondamente, sempre più coccolata. Oppure mi ritrovo con le altre e chiacchieriamo, ricordiamo momenti, ridiamo e ci raccontiamo varie cose, di quei luoghi fantastici, paradisiaci. In effetti sono le me che vivono nei propri sogni. Un po’ complicato da spiegare, ma è un unico universo onirico visto nelle mie varie età.

Con il tempo, mano a mano, andavo in questo posto, anche la città sottostante cambiava. Si è ripulita, si è rimessa a nuovo, sono sparite le macerie, sono sparite le zona d’ombra inquietanti. L’ Ospedale stesso, per quanto lasciato molto “Shabby”, si è ristrutturato ed ora ci lavorano delle persone, non so chi siano, dove le abbia incontrate, ma che si prendono cura di me.

Quindi, anche questo posto, é, era diventato un luogo dove spesso mi ritrovavo, quando sognavo. Ma adesso, come ti ho scritto all’inzio, qualcosa è cambiato!

Non trovo più le porte segrete, non trovo più i punti dove entrare nei mondi piacevoli, e non trovo più la strada per andare in quest’ultimo mio rifugio. Mi sono persa. Tutto quello che ti ho raccontato sopra, è come sparito. E’ come se non riuscissi più a trovarlo. Non so se è perché non ne ho più bisogno. Magari proprio perché ho iniziato a scrivere questo diario, per cui mi sto costruendo nuove realtà, nuovi sogni, nuovi luoghi dove andare. Oppure è Depressyo che ha bloccato questa parte piacevole del mio subinconscio.

@mariaclazzaroni

Pubblicato in: autobiografia, depressione, Diario

18 Agosto 2019

Caro diario

Perché sto facendo tutto questo? Sto perdendo sempre più fiducia in me. Sto riscivolando giù. Perché, perché devo stancarmi così tanto, per combattere il mio demone interiore. Sto passando un periodo intensissimo, per colpa della mia idea di affrontarla a viso aperto. Non so esattamente chi stia vincendo delle due. A volte sono motivata, altre volte mi guardo intorno, vedo i risultati di questo blog, vedo i risultati su instagram e mi dico, ma, forse, sono proprio io sbagliata! Sono proprio io che non dovevo venire al mondo! Perché vivo ancora? Si lo so, perché c’è il mio compagno, perché ho il suo sostegno, altrimenti non penso che sarei ancora qui a parlare. Ho sonno, tanto sonno. Missà che vado a dormire, così questo momento buio, magari passerà. Sto vivendo metà delle giornate a letto! Wow che bella combattente che sono! Wow! Reggo moltissimo!

@mariaclazzaroni

Pubblicato in: autobiografia, Diario

17 Agosto 2019

Buongiorno! In realtà sono sveglia da molto più ore, ma ho avuto bisogno di un bel momento per “svegliarmi” sul serio. E soprattutto, per lasciar sfumare con la luce, il calore del sole, i fantasmi che ormai abitualmente fanno capitolino nel mio cervello, appena sveglia. No! Non posso dargli retta ancora, non posso ricadere tutte le volte nei loro tranelli, e nelle trappole di Depressyo. Per cui ho aspettato, ho messo della bella musica rilassante, energizzante, con diversi numeri Hz, musica zen, musica Tibetana e quant’altro. Ho lasciato che tutte queste melodie mi cullassero, ho lasciato che entrassero dentro di me e buttassero fuori l’aria impestata di pensieri cattivi, di pensieri velenosi, tristi, brutti, opprimenti, capaci solo di portare a stare male.

Ho lasciato che tutto sparisse, mi sono distratta ed oggi missà che mi metterò a vedere qualche Telefilm od Anime che ho lasciato indietro. Devo recuperarne diversi. Si ho proprio bisogno di distrarre il cervello, di portarlo al massimo del suo gaudio. Infatti, già adesso, pensando positivamente, dopo una buona colazione e le prime risate scambiate con il mio compagno, mentre si faceva colazione assieme, ha già fatto il suo miracolo e fatto uscire l’arcobaleno nel mio cuore! Speriamo duri così, per tutta la giornata! Ho appena scoperto che è sabato. Pensa come sono messa! Ho talmente dormito tanto, vivo da così tanto tempo dentro questa prigione, da non rendermi conto di come passino i giorni… Da perdere i giorni.

Ma riuscirò ad uscirne! Riuscirò a vincere su di essa! Stanne certo!!!

@mariaclazzaroni

Pubblicato in: autobiografia, Diario

16 Agosto 2019

Caro Diario, eccomi qua come ormai da un mese, e si è già un mese che ti scrivo praticamente tutti i giorni, a volte più volte al giorno. Oggi di colpo, proprio quando mi sono alzata, mi è arrivata una botta.. Anche se sono riuscita a disegnare, a produrre qualcosa, non ho potuto fare a meno di sentire questa botta da quel momento. Una botta dritta nell’anima, una crisi fortissima. Oggi, come se fino adesso non l’avessi fatto, mi si è palesato un lutto, un grandissimo lutto, enorme, importante, che un anno fa mi aveva rimesso K.O dopo un periodo in cui stavo tutto sommato reagendo. Che stavo discretamente. Quel lutto, l’anno scorso, non ho potuto neanche viverlo come avrei voluto, perché sarei dovuta scendere in Italia e salutare colei che per me è sempre stata una seconda mamma. Mia zia. Si l’anno scorso, a 94 anni, ha deciso di andarsene. Serenamente, senza alcun tipo di problema fisico, semplicemente la vecchiaia ha lasciato il posto all’eterna giovinezza. Ma non sono potuta andare a dare l’ultimo saluto, ad abbracciarla e, forse, egoisticamente, non so neanche se mi avrebbe fatto bene vederla morente, visto che già stavo male per colpa della depressione. Forse, vederla così sul letto e pronta a partire, non so quanto mi avrebbe fatto bene.

Oggi ho capito, che è stato quel momento, l’esatto momento, in cui sono caduta ancora più in basso nella mia prigione. Perché da una parte, mi sento in colpa, per aver mancato questo ultimo abbraccio. Mi sento in colpa di aver lasciato i miei vivere da soli questa storia, mi sento in colpa perché qualche volta mia mamma mi ricorda che non c’è più. In casa mia, abbiamo un bel rapporto con la morte. Nel senso che non è che diventiamo morbosi del ricordo di chi è scomparso, ma certamente rimane un vuoto, rimane qualcosa dentro che fa male. Mia mamma ha perso tutti, ormai. Non gli resta più nessuno come famigliare prossimo, ed anche mio padre ha perduto tutti. Per cui, qualche volta al telefono mi racconta di come le faccia ancora strano di non dover andare la domenica a trovare la sua sorella. Che per altro, di tutti, cioè era legatissimi ed eravamo tutti legatissimi con chiunque della famiglia di mia madre, ma lei davvero è stata qualcuno d’insuperabile. Le ero attaccatissima e lei a me. Mi ha sempre protetto, aiutato, insegnato, viziato molto più di mia madre. E’ sempre stata un punto di riferimento, per me. Mi spiace tantissimo di averla lasciata andare via, senza salutarmi. Lo so, me la immagino che chiede di me, me la immagino mentre mi pensa, mentre sogna che appaia dalla porta. Ma non sono proprio riuscita a scendere e come per lei, sto mancando tantissime situazioni, evoluzioni importanti della mia famiglia.

Quando ho deciso di venire qua, di trasferirmi, ho sentito il fortissimo strappo con la mia famiglia; ho dovuto scegliere tra i due amori ed ho scelto il mio compagno. Pensavo che li avrei rivisti più spesso, poi, le cose si sono complicate ed adesso, riesco a scendere per stare con loro almeno per un certo periodo, sempre più raramente. Si sono complicate tantissimo le cose. E tutto questo, stamani mi è venuto adesso. Stamani ha deciso di uscire. Infatti, è un anno che sto peggio del solito. Un anno che sono ancora più immobile, che esco molto meno, che mi curo molto meno, quasi per niente, che ho lasciato perdere tantissime cose che prima erano importanti per me. Un anno che si stanno accumulando tanti pensieri, tanto caos dentro di me. In più ci si mettono le pasticche che controllano l’umore, per cui non so come, mi hanno reso non insensibile, perché quello non lo sarò mai, ma quasi come se avessi una corazza davanti e mi facesse da scudo quando delle emozioni particolarmente forte, normalmente m’avrebbero scombussolato, massacrato interiormente ed esteriormente. Ma adesso, stamani, non so cosa sia successo, di colpo ho sentito questa botta, come se quel vetro protettivo si fosse rotto. E il ricordo di mia zia, la situazione difficile, dolorosa che si è creata nel tempo con i miei. Il fatto che penso che sono anziani e che dovrei vederli più spesso, perché il tempo passa. Ma anche il pensare che loro non siano mai venuti a trovarmi, quasi a volermi punire per la scelta che feci tanti anni fa. Malgrado m’abbian sempre detto che dovessi fare la mia vita, che i genitori voglio questo dai figli, non è raro che mi si rimproveri delle mie scelte, della mia assenza, e che quando chiedo ” beh! venite voi su!” trovino mille scuse per non farlo. Ed i miei fratelli? Li sento crudelissimi in questo periodo. Più del solito. Lo so, ho mancato tantissime cose, ho mancato tantissimi momenti importanti, ma non dipende da me. O, forse, dipende anche da me. Perché se da una parte vorrei andare giù, dall’altra sento che non voglio veramente; per paura di come mi accolgono tutte le volte. I primi giorni ci sono sorrisi, poi incominciano a riprendermi come sempre. E poi a fare come se io non ci fossi. Mi fanno sentire ancora peggio così, quasi a volermi farmi capire ” Ah sei tornata, ma ormai non vivi più qua. Per cui ora non t’aspettare un cambiamento, solo perché ti sei fatta vedere!” E poi, e poi, ci sono un sacco di pensieri che seguono questi.

La depressione è una brutta bestia, ti trasforma completamente ed io non voglio neanche che mi vedano come sono ridotta adesso. Si sono ridotta malissimo, perché chiaramente trascurandoti, non amandoti, punendoti, tutto il tuo aspetto esteriore ne risente. E siccome, loro, tutti quanti, sono sempre stati ipercritici su questo punto, anche quando andavo in palestra, facevo una vita sana, avevo un fisico perfetto, trovavano qualcosa da dirmi. Quando, poi, ho avuto le varie fasi di Depressyo, chiaro anche all’epoca, smisi quella vita ed il fisico ne risentii e loro, invece di capire che c’era un malessere, visto il cambiamento di vita , diventarono ancora più duri, più crudeli in ogni aspetto del mio stare male. Per cui, adesso, già sono io ipercritica verso di me, non so quanto abbia voglia di sentirmi ancora più in crisi per questo fatto. Insomma, oggi sono venuti fuori un paio di nodi che stavano laggiù e che, forse, parlandotene me ne sono liberata. Non so che fare !

In realtà, da una parte, ripeto vorrei scendere. Anche perché faccio 40 anni, per cui non mi dispiacerebbe festeggiarlo, pur semplicemente, con i miei. Ma dall’altra, ed il mio compagno lo sa, ne parliamo spesso, la sola idea di scendere mi fa stare in ansia, mi fa andare in crisi. E più ci penso, più la voglia di scendere, è soppiantata dalla voglia di fare un viaggio, con solo il mio compagno, in qualche posto paradisiaco, lontano da tutto e tutti e lasciare che i pensieri spariscano con esso. Ma so che ovunque andassi, loro mi rincorrerebbeo. I pensieri, gli incubi, le ansie, i sensi di colpa. No devo trovare un’altra soluzione. Devo risolvere questo punto, se no mi farà sempre male. Per ora, la mia stella mi ha aiutato con il fatto che si è rotta la macchina, per cui ora siamo definitivamente senza macchina. Con il fatto che Moka, poverino, non sta benissimo. E comunque, se volessimo portarlo giù con noi ci serve un mezzo, perché i classici aerei, treni, autobus non tutti vogliono animali a bordo, soprattutto vicino a te. E poi, anche i mezzi di trasporto, che vadano in quella direzione, verso i miei, sono pochissimi. Per cui ecco, da una parte, ci è venuto in soccorso anche una certa situazione che fa non tanto da scusa, ma c’impedisce realmente di muoverci. Ma devo trovare una soluzione a tutto questo? Devo sciogliere questa matassa, così non posso vivere.

@mariaclazzaroni

Pubblicato in: autobiografia, depressione, Diario

14 Agosto 2019

Buongiorno amico mio, mi scuso per il post di ieri, in cui ero invasa da cattivi pensieri, non tanto verso qualcuno, ma verso me stessa. Devo riprendere ad accarezzarmi, a coccolarmi, come ho fatto negli ultimi tempi. Ancora sono prigioniera di quella necessità di essere perfetta, di essere in forma sempre e subito. Invece, ormai dovrei saperlo, non è così immediata la cosa. Invece, devo pensare che sono ancora imprigionata qua dentro e che quindi, per quanto voglia correre fuori all’aria aperta, riprendere le mie abitudini passate. Quelle che avevo prima di stare male, per ora devo armarmi di pazienza. Devo darmi, ancora, il tempo per rimettermi, per curarmi. Sono ricaduta nel tranello di Depressyo. Quello dell’Illusione di aspettarmi qualcosa da qualcuno. Quello di rincorrere il consenso. Quando, ormai, ho imparato a fare per il mio sommo piacere. Ho intrapreso questa strada del diario, non certo per avere tanti followers, anche se vedo che a qualcuno ha fatto breccia nel cuore, si è probabilmente sentito toccato da quello che vi scrivo. Ma tu, tu non sei qualcosa per arrivare a loro, sei qualcosa per arrivare giù infondo, a me stessa. Per fare luce là dove sono rinchiusa. Per permettermi di curarmi dall’interno, per permettermi di coccolarmi grazie all’azione continua di scavare, di cercare, di salvare quello che ancora non è stato toccato, non è stato corroso da Depressyo e dalla mamoria difettosa che tutti gli esseri umani abbiamo. No, devo rimettermi in silenzio, riprendere il cammino che stavo facendo dall’inizio e procedere lungo la strada che stavo percorrendo, che stavamo percorrendo assieme. Mi sono un attimino persa, mi sono distratta, mi sono lasciata abbindolare dalla vanità e dal successo facile.

No, non è così che devo procedere, non è questo che devo fare! Anche la Moleskine che ho creato qui,ed ha la sua gemella sua Instagram, deve avere lo stesso ruolo che hai te. Per cui, il fatto di tornare a disegnare, il fatto di tracciare linee, con cui ritrarre persone, oppure me stessa; non so se poi progredirò, verso qualche altro soggetto, ma devo comunque pensarlo, devo pormi verso questa esattamente con lo stesso spirito. Non devo aver fretta di arrivare, non devo affrettare il passo per agguantare chissà quale risultato. No! Devo tornare ad essere un’umile viaggiatrice del pensiero, dell’anima e pensare che mentre sto disegnando, il mio spirito, la mia anima, la mia mente si distrae da Depressyo. Pensare che questo piccolo gesto, questo piccolo momento che faccio quotidianamente, è fatto principalmente per buttare fuori il veleno dentro di me. Per spezzare la corda che mi tiene legata a lei. Devo vivere il tutto, con un’altra filosofia, rispetto a quella che sarebbe la normale filosofia con cui ci si approccia a questi “nuovi” mezzi di comunicazione. Il mio blog, è un diario ed il mio Instagram una Moleskine che, almeno io la intendo così, è un diario disegnato. Non devo rincorrere qualcosa, non devo avere questa frenesia che mi prende tutte le volte che inizio un progetto. Non devo farmi prendere dalla corsa dei tanti followers, dei tanti like, dei tanti commenti. Queste sono cose vane! Non devono interessarmi. Quelli arriveranno. Non importa. Ma potrebbero non arrivare. Anche perché, in questo mondo virtuale c’è un modo molto variegato, ci sono idee diverse su cosa meriti I tanti Like, i tanti Followers, i tanti commenti. Per cui, non devo lasciarmi distrarre da tutto questo. Non devo lasciarmi corrompere ancora, da questo mondo superficiale. Ma devo continuare il mio cammino verso la mia crescita, verso la mia rinascita, verso la mia ricostruzione personale.

Devo scrivere, prima di tutto per me. Per parlare al mio cuore, per fare pulizia dove serve, per riordinare l’animo. Devo disegnare, per alimentare quella parte di me che da sempre ha bisogno d’essere alimentata. E perché Mamma Arte è arrivata, mi ha ripreso per mano e mi ha fatto vedere che so fare qualcosa. Che non è vero che sono inutile, che sono incapace, che non sono utile a nessuno, che non valgo nulla. Che ho questa dote sin da piccola, con la quale posso creare, posso vivere avventure, senza muovermi da dove sto. Sono prigioniera quaggiù, è vero. Ma la mia mente, la mia fantasia, la mia creatività quella è libera, quella non potrà mai essere imprigionata e lei, lei mi permetterà sempre di trovare un angolo felice dove rifugiarmi, dove isolarmi, dove “scappare” da Depressyo. Per cui, ecco. Questo è quello che devo fare. Questo devo considerare, quando mi metto a disegnare. Devo staccarmi da tutto, e farmi aiutare dalle mie creazioni a trovare di nuovo la luce, i colori, dell’arcobaleno. Mi sono messa alle orecchie una bella musica che è fatta per fare entrare energia positiva e fare uscire energia negativa. Mi sta facendo del bene! Potrei anche pensare di fare un angolo, di te, piccolo, grande amico Diario, dove mettere le playlist che ascolto, quando ti scrivo. Magari questa musica, o un’altra, perché ne sento sempre tanta e diversa sotto tutti i punti di vista, potrebbe piacere o fare del bene a qualcuno su questa piattaforma.

Ecco! Un altro motivo che mi ero dimenticata! Avevo creato questo diario, non solo per me. Ti ricordi? Ti ho scritto tante volte, che quello che intrappolavo qua dentro, magari poteva essere d’aiuto a qualcuno che leggendolo, si sarebbe sentito compreso, meglio, meno solo. Perché quando stai male, per colpa di Depressyo, ti senti solo. Ti senti immobile, ti senti incompreso, ti senti come dentro una realtà parallela, dove tu esisti, tu cammini accanto ad altri, ma loro non ti vedono. Per cui, sentire qualcuno che parla, leggere di qualcuno che cerca di combatterla in queste pagine, può fare bene anche a quel cuore, a quella mente, a quell’anima. E, forse, devo fare lo stesso con Moleskine. Devo pensarla anche lei, come qualcosa con cui faccio felice qualcun’altro. Con cui do luce, do un poco d’amore a colui, colei, coloro che ho deciso di ritrarre. Del resto perché, di tutte le forme artistiche, di tutte le idee creative, i progetti di disegno che ho fatto, che potrei fare, la mia mente ha rielaborato, ha ritirato fuori proprio la cosa del ritratto? Non può essere un caso! Avrei potuto rifare Valkia& Moka, avrei potuto ridare vita a Befaky, avrei potuto disegnare supereroi, supereroine americani o giapponesi, ed invece, mi sono messa là, un giorno ed ho trovato piacere in questo gesto artistico. Perché? Perché, l’ho fatto? Perché mi da tanto piacere?

Mi sta venendo in mente un episodio, che rissalta fuori nella mia memoria, da chissà quale angolo s’era nascosto.

Era l’epoca in cui frequentavo ancora la Scuola Internazionale dei Comics. Un giorno, avendo finito le mie ore, mi ero andata a comprare una focaccia ( oppure me l’ero portata da casa, non mi ricordo) comunque mi ero andata a sedere sulle scale degli Uffizi. C’era il sole, i piccioni che volavano, una giornata stupenda. Davanti a me, una schiera di ritrattisti. Di quelli che si mettono un poco ovunque, con il loro cavalletto, con la loro sedia, con le loro matite, con tutta la loro strumentazione che usavano ciascuno, a modo proprio, per creare le loro opere; chi ritraeva turisti, chi ritraeva quel punto di Firenze, chi faceva dipinti che avrebbe, od avrebbe voluto, vendere subito dopo. Li ho guardati un po’ tutti. Ognuno nel suo piccolo “studio mobile”. Ognuno diverso. Con sguardi, con caratteristiche fisiche diverse, l’uno dall’altro. Tra di loro c’era una donna, anche. Un poco anziana, con i capelli ormai grigi, che alla luce del sole sembravano argentei. Lei faceva i propri dipinti, a volte “intrappolava” nelle tele qualche passante, a volte dei piccioni che volavano in quel momento, a volte si concentrava su uno sguardo, su un dettaglio di una persona. Era molto “macchiaiola” come modo di dipingere. Ad un certo punto, si gira e mi guarda. Io cerco di distogliere lo sguardo, imbarazzata. Non la stavo guardando, non stavo osservandola per prendermi gioco di lei, ma ero proprio rapita da quello che stava facendo. Si blocca un attimo a guardarmi, mentre io facevo finta di guardare il cellulare, che aveva le cuffie attaccate alle mie orecchie, le quali fortunatamente emettevano musica, e quindi mi diede la “scusa” per non alzare la testa ed incrociare il suo sguardo che mi studiava, mi osservava, come se fosse stata armata di un bisturi, di un microscopio medico, come se mi stesse analizzando non fisicamente, non la parte esteriore di me, ma quella che nessuno vede, a parte la sottoscritta e, magari, qualche divinità. Poi, si rigira verso le proprie tele, prende una nuova da iniziare. Poi, da sola, comincia a parlare ad alta voce. Io senza togliermi le cuffie, sempre cercando di non alzare lo sguardo dal cellulare, fermo la musica per sentire quello che stava dicendo. Quasi sicuramente a me. La donna dice ” Veniamo tutti qua alla mattina presto, ognuno ha il suo posto. Ci mettiamo ognuno ad osservare qualcosa che attrae. Chi un viso, chi uno scorcio di Firenze. Io ho deciso di essere attratta dalle Emozioni. Ed è questo che dipingo, questo che intrappolo nelle mie tele. E sono contentissima di questa mia sensibilità, di questo mio modo di vivere.” Poi si ferma, io alzo lo sguardo in sua direzione sorridendo. ” Non ti credere, avrei potuto fare altro, ero una professoressa, ero qualcuno che poteva permettersi un’altra vita, eppure ho deciso di vivere alla giornata e di rapire con la mia arte, questi frammenti di vita, questi attimi intensi, questo sguardo di quella ragazza, quel volo di piccione. ” Si riferma, poi continua ” Non guadagno molto, con questo mestiere, ma torno a casa felice e ricca dentro!” Finito questo discorso, visto che gli altri stavano mettendo via, in quanto artisti abusivi non potevano stare lì e qualcuno li aveva avvertiti che stavano per arrivare i poliziotti nel loro giro di ricognizione quotidiana. Anche lei, con una velocità impressionante, richiuse il proprio “studio” mobile, prese sotto braccio le tele, a tracollo una borsa carica di tutto, sia per dipingere e credo anche per vivere. Si ferma davanti a me, prima di sparire alla mia vista, beve un poco d’acqua dalla sua bottiglia di plastica, aspetta che questa sia scesa nella sua gola, dispersa nel suo stomaco, e poi mi dice, sorridendo ( probabilmente catturata dal fatto che avessi anch’io degli album per schizzi, che uscivano maldestramente dalla mia borsa carica di roba, e quindi aveva capito che anch’io facessi qualcosa d’artistico nella vita) e mi dice ” Ricordati, niente è più prezioso delle Emozioni! Impara a catturarle e vedrai, vedrai cosa ti regaleranno dentro di te!” La donna, poi, assieme ai suoi colleghi ed altri venditori ambulanti, sparii dalla mia vista; ma quella frase sua rimase stampata nella mia anima. Mi ripromisi che avrei fatto tesoro delle sue parole. E, forse, è proprio per questo che sono così attratta dai ritratti che faccio, reinventandomeli, trasformando il soggetto in un possibile personaggio di un manga. Per catturare le loro emozioni, per provare l’intensità dello sguardo, per catturare la mappatura dell’espressioni.

Questa storia, questo incontro che feci, era caduto nel dimenticatoio. Ora, oggi, è riuscito fuori. Si è vero, cara signora, non se che vita starai facendo adesso, non so dove sarai, magari sempre a Firenze, oppure se avrai cambiato luogo per le tue “instantanee” pittoriche. E’ vero, catturare le emozioni dona tantissimo anche a noi stessi!

@mariaclazzaroni

Pubblicato in: Diario

13 Agosto 2019

Caro diario,

oggi non mi sopporto. Mi trovo così ipocrita, così falsa con me stessa, prima di tutto e con gli altri. Mi sono messa in testa che devo cambiare, mi sono messa con l’intenzione di combattere Depressyo, di riuscire a debellarla, a rimandarla da dove è venuta, ma non ci riesco! Non ho la forza, sono stremata, sono ancora piena di problemi, di bloccature. Penso che fare quattro disegni mi faccia del bene. Penso che scrivere questo diario, mi stia aiutando a guardarmi dentro, a vedere cosa c’è da buttare, cosa da tenere, convinta che mettendo in ordine, forse, la luce avrà un miglior passaggio, l’aria benefica potrà passare meglio tra quelle sbarre lassù. Sono convinta che quello che sto facendo, mi stia apportando dei miglioramenti. E poi mi guardo intorno, nella realtà. I pochi momenti di lucidità che mi concede Depressyo, mi guardo allo specchio, guardo Instagram, guardo Twitter, guardo Facebook e vedo, me che cerca disperatamente un appiglio per salire lassù, per farsi sentire, per urlare “aiuto!”, ma nessuno di quelli che sono sui social gliene frega nulla di me, di chiunque stia male come me. Nessuno, giustamente forse, ha la voglia di accollarsi qualcuno che un giorno sorride, un giorno sta di pessimo carattere. Un giorno trova la forza di reagire ed il giorno dopo, si stende al suolo piena di ferite, caduta per l’ennesima volta da quell’altezza lassù. Non ci riesco! Non ci riesco! Mi disegno sempre con un sorriso, con un’immagine che dovrebbe rallegrare. Lo farà agli altri, ma a me annienta. Perché so di non essere così, in realtà!

No, caro diario, oggi non va!

@mariaclazzaroni

Pubblicato in: Diario, Manga&Anime

12 Agosto 2019

Saintia Sho. Le Sacre Guerriere della Dea Atena

Caro Diario, avevo già scritto parte di una pagina, ma poi rileggendola ho capito quanto, prima di tutto, dovevo un attimo distrarmi, dovevo staccare la mente da me stessa e ricominciare. Perché ero partita scrivendoti quanto non stessi bene, ma mi devo sempre ricordare che appena sveglia ( si mi sono alzata alle 18:00!) sono un po’ con un umore ballerino tendente al basso. Ingolfato in tanti, troppi pensieri, troppe nuvole che mi mandano un poco in tilt. Mi fanno vedere tutto grigio, tutto offuscato. Per cui ho cancellato tutto, ho aspettato, mi sono messa a guardare qualcosa che mi piacesse particolarmente ed, infatti, ora eccomi qua a scriverti di nuovo allegra e forte! Convinta che quello che sto facendo con questo diario, con la Moleskine, stia combattendo efficacemente Depressyo e le sue Adpte!

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Masami Kurumada

Lo sai cosa mi sono massa a vedere? Il nuovo anime spin-off di Saint-Seya- I Cavalieri dello Zodiaco, ossia: Saintia Sho. Le Sacre Guerriere della Dea Atena.

Sono da sempre una fan, no fan è troppo limitato, una vera Otaku Fanatica dei Saint Seya da tempi immemorabili. Prima attraverso il manga, poi con l’anime che uscii ormai tantissimo tempo fa, i Film-Anime usciti nel corso di tutti questi anni. Li amo davvero tantissimo, sia dal punto di vista artistico, perché adoro come sono disegnati, adoro come disegna e la creatività di Masami Kurumada, che fa parte di quella generazione “geniale” di Mangaka che tutti quanti, specie chi è del settore, ma credo anche i semplici lettori di Manga e coloro che hanno passato le proprie ore pomeridiane, e notturne, a guardare gli anime di costoro, che non producevano, creavano proprio delle genialate; hanno creato e continuano a farlo, chi disegna ancora, delle vere Opere Artistiche Immortali.

Saint Seya-I Cavalieri dello Zodiaco

Saint Seya è una storia molto particolare, che prende spunto dalla mitologia Greca e Costellazioni, rivista e riviste sotto chiave di armature, sotto reincarnazioni di Dei e Dee che si ritrovano a confrontarsi, scontrarsi, chi per difendere il mondo, la pace, la terra, la giustizia e chi a combattere, difendere, portare avanti, il piano del “cattivo” o della “cattiva” di turno che chiaramente vuole conquistare il mondo, vuole diventare Dio oppure semplicemente è arrabbiato, invidioso della Dea Atena. Quest’ultima, si è reicanarta in una ragazza dai lunghi capelli viola e che, in principio ( nella storia originale, quella degli anni 80) era un poco antipatica, viziata dal nonno. Invece, in questa nuova serie è completamente diversa, per carattere e generosità, cosa che prima non aveva. Ora è un misto tra la vecchia Lady Isabel, si perché all’epoca avevamo imparato che si chiamasse con questo nome, poi ora, conoscendo i nomi originali sappiamo che si chiama, in realtà, Saori Kido, e la Principessa Serenity ( Sailor Moon). All’epoca, la storia iniziava con una sfida lanciata da questa ragazza, ai tanti giovani combattenti del mondo, a partecipare alla grande competizione dei Gladiatori, in un Colosseo Romano, ricostruito tale e quale, in Giappone, dalla ricchissima e potentissima società di cui è diventata erede, dopo la morte del solo parente, ossia il nonno. I vari giovani e uomini, che prima hanno dovuto “guadagnarsi” la proprio armatura attraverso un duro allenamento, attraverso un combattimento spietato contro altri pretendenti della stessa armatura, si ritrovano quindi ad affrontarsi. Nel frattempo, succedono altre cose e la storia cambia totalmente tono. Ad un certo punto, si smette di vedere il classico manga/anime di lotta come tanti andavano di moda, ormai da tanto tempo, dai tempi del “Nonno” Ken Shiro ed il più giovane Goku di Dragonball, e ci si ritrova in una serie di racconti in cui cinque cavalieri si ritrovano spesso a combattere per salvare la vita a colei che reincarna, ogni 200 anni, la Dea Atena e/o per salvare il mondo. Le saghe sono diverse ( un poco ripetitive, a volte) e un pochetto lunghe… Ma anche il manga è così, un albo spesso comprendeva un semplice scambio di sguardo ahahahaha! No scherzo! Ma effettivamente, una delle cose che ha sempre un po’ “limitato” l’amore per questo capolavoro, soprattutto per l’anime, era il come fossero state concepite le puntate; il quanto ci mettevano i guerrieri per arrivare all’ultima casa della scala sacra, a quanto tempo ci mettevano a combattere. Ed a noi Italiani, in particolar modo, hanno fatto vedere mille volte l’inizio e, credo, poche volte la fine della prima Saga. Non parliamo delle altre. Io almeno le ho viste tutte, una volta arrivata Santa Internet! ahahahah Managgia alle nostre emissioni che decidevano di tagliare tantissimo, di censurare tutto, di spezzare i momenti salienti, di cambiare nomi ai personaggi principali, di omettere tantissime informazioni importanti. Non so gli altri fans, ma io davvero ho pianto dalla gioia, quando ho potuto rivedere tutta la saga e le altre saghe senza dover temere l’interruzione improvvisa, senza dover aspettare chissà quanto per vedere la prossima, senza temere lo stop dell’ Anime e rivederselo ricominciare dall’inizio.

The Lost Canvas

Comunque, una volta recuperate tutte le altre serie, stagioni, film, e tutti gli spin-off venuti dopo, compresa la versione The Lost Canvas, pensavo di essere in pace con me stessa; invece, nei mesi scorsi ho sentito parlare di questa nuova produzione che s’intitola, come ho scritto sopra, Saintia Sho. Ho aspettato qualche parere, qualche riscontro.

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Thunderdub Pagina Facebook: https://www.facebook.com/Thunderdub/
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Ecco la mia faccia, quando so che i Thunderdub, hanno doppiato qualcosa. Esattamente, come questa di Minako di Sailor Moon!

Poi, sulla Pagina di quei geniacci dei Thunderdub: un gruppo dei doppiatori italiani, amatoriali, bravissimi, che si sono dati la missione, per noi poveri e maltrattati otaku, dal doppiaggio “classico” italiano, spesso pieno di errori, spesso pieno di cambiamenti, di ridoppiare diversi anime rispettandone i nomi originali e dando ad ogni personaggio, l’intensità che merita. Li amo e li ringrazio con tutto il cuore per tutto il lavoro che fanno, per altro perfetto, splendido veramente. Infatti, in genere gli anime li guardo sottotitolati perché mi piacciono in lingua originale, ma quando so che loro hanno doppiato qualcosa che amo particolarmente, non perdo tempo e me lo rivedo con il loro doppiaggio, con quella tranquillità di chi sa che sta per vedere e sentire qualcosa di veramente fatto bene; di chi sta per assaporare un momento magico, goloso, gradito. Con il cuore in pace, con l’anima serena e la mente per nulla persa a cercare di capire perché quel personaggio sia stato chiamato in un dato modo, se nel manga ha già il suo bellissimo nome. Perché quel personaggio sta parlando in un modo così stupido, quando nel manga non ha per niente quel carattere, non è per niente stupido. Ecco loro, in questi mesi si sono dedicati proprio al doppiaggio di questo nuovo anime, per cui eccomi qui, che lo sto recuperando poco alla volta.

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Chimaki Kuori

Mi sta garbando parecchio. La storia di queste protagoniste, s’intreccia in qualche modo, con la storia dei “classici” Saint Seya, ma poi prende un’altra strada, anche perché come dice lo stesso titolo, hanno un ruolo ben diverso rispetto ai combattenti maschi. Hanno altri compiti, altri combattimenti, altre missioni rispetto a quelle dei cavalieri. E poi, mi è sempre piaciuta l’immagine della donna forte, combattiva, “picchia-duro” e, comunque, con uno spirito “samurai” che sia Masami Kurumada, ed adesso con questo prodotto, con l’avallo della bravura artistica dei disegni ( nel manga, che sicuramente entrerà a far parte della mia collezione da Otaku maniaca!) Chimaki Kuori, hanno sempre dato e reso alla perfezione.

Non dico nulla per non fare spoiler, ma mi sta emozionando moltissimo e non solo, mi stanno dando le dritte che mi servivano per rivitalizzare il mio cuore.

La prima saggezza che ho riassunto nel mio cuore, e là resterà per sempre, è: ” Siamo noi gli artefici del nostro destino. Anche se il fato, o qualcosa, ha voluto farci nascere sotto una cattiva stella o “vorrebbe” farci credere che siamo destinati al nulla, noi dobbiamo ribellarci, prendere in mano la nostra vita e ribellarci al fato. Cambiarlo, per raggiungere quegli obiettivi che veramente faranno esplodere dentro di noi il nostro Cosmo Interiore!”

@mariaclazzaroni